KTM Rally & Bosnia Tour - 2026

Verso l’avventura e la dolce vita italiana

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Il viaggio in cifre

Stagione 9

Episodio I

Introduzione

Tutto ha inizio il 20 gennaio con una prova che non ha nulla di sportivo, o forse sì: l’iscrizione al «KTM Rally Italy», che quest’anno si terrà a Gubbio, in Umbria, non lontano da Ancona. Sono ammessi duecentocinquanta piloti, né uno di più né uno di meno. Le iscrizioni si effettuano online e i posti si esauriscono in pochi minuti. Per fortuna, la mia iscrizione va a buon fine. A fine gennaio, le mie vacanze di settembre sono quindi già fissate. Il conto alla rovescia è iniziato.

Bruno Vincent Il viaggio si articola in due parti. La prima è il rally. La seconda è una «remontada» su misura per me: una sosta sulle rive dell’Adriatico, in Croazia, permetterà al mio corpo di recuperare dalle fatiche, seguita da un’esplorazione della Bosnia-Erzegovina, poi un ritorno atteso con impazienza in Slovenia, il cui splendore non smette mai di abbagliarmi, e infine la classica, inevitabile e sempre eccellente traversata delle Alpi per raggiungere infine il Lussemburgo. Vincent tornerà direttamente in Lussemburgo dopo il rally.

Il resto del viaggio si organizza con una semplicità sconcertante. Il traghetto da Ancona a Spalato è prenotato già dal 26 gennaio. La tappa bosniaca, invece, prenderà forma più tardi, seguendo il filo dei miei sogni ad occhi aperti mentre esploro le mappe della regione.

La vera domanda, quella che avrebbe maturato tutta l’estate, era di una banalità disarmante: come raggiungere Gubbio? Far trasportare le moto? Come trasportare gli pneumatici? Noleggiare un furgone? Riproporre la formula dell’anno scorso, con auto e rimorchio? O, più semplicemente, andarci in moto! Abbiamo sfiorato la costituzione di un comitato di esperti, evitato una «mind map» di una sofisticazione inaudita e siamo stati a un passo dal realizzare una presentazione PowerPoint. Due settimane prima della partenza, è arrivata la sentenza: si parte in moto. Motociclisti che si recano a un raduno in moto, ecco un’idea di folle audacia!

Immagino già le ore di fatica che mi aspettano, la polvere, la stanchezza logorante, ma anche quella ricompensa: la gioia che si prova quando si supera se stessi. Il mio motto sarà lo stesso dell’anno scorso: «I will, I do — end of the story!»

Il viaggio

Alla vigilia di una partenza, si respira una tensione degna di un arciere. La corda è tesa da mesi, dal giorno in cui è stata confermata l’iscrizione, e questa mattina, finalmente, la freccia viene scoccata. Gubbio è ancora solo un nome su una mappa dell’Umbria, un punto lontano verso cui tutto converge. Il rally chiama, e questa chiamata risuona con il suono grave e ostinato di un tamburo di guerra.

Sono previste due tappe per raggiungere Gubbio. Non per gusto della lentezza, ma per rifiuto di una cosa precisa: infilarsi due giorni di autostrada che ti schiacciano l’anima e ti lasciano a destinazione esausto. Ho quindi modificato l’itinerario per ridurre al minimo l’autostrada e godermi qualche curva lungo il percorso. Il tragitto è già di per sé il viaggio!

Il rituale mattutino si svolge in un silenzio raccolto: allacciare le cinture, controllare, lubrificare, regolare e verificare la moto un’ultima volta. Toni (è il soprannome della mia moto), carico e con il serbatoio pieno, aspetta pazientemente. A metà pomeriggio, una breve deviazione per andare a prendere Vincent e portarlo nel nostro corteo, poi il Lussemburgo svanisce lentamente alle mie spalle.

The riders Fino a Saarbrücken devo sopportare la monotonia. Questo lungo nastro antracite snocciola la sua solita solfa e mi propina il suo sermone soporifero. Lo ascolto distrattamente, con la mente già proiettata lontano. Superata Saarbrücken, esco dall’autostrada.

Da quel momento, tutto cambia. La Saar si distende, l’Alsazia ondulata dispiega le sue colline arrotondate in lontananza. La strada ondeggia senza fretta come una lunga onda sul mare. La pianura è spazzata da una brezza tempestosa. Il termometro rimane fermo a 31 °C, ultimo sussulto canicolare di fine estate.

Dabo si erge davanti a me. La roccia è piantata lì, sfacciata, con la cappella di Saint-Léon in equilibrio sopra le cime, come una sentinella che avrebbe scelto il proprio posto con un certo gusto per la messa in scena. La strada finalmente si snoda con decisione. Curve a spillo, appoggi, accelerazioni: il pilota si risveglia, la meccanica risponde, i chilometri smettono di contare. Una manciata di curve strappate in una giornata di trasferimento è poca cosa, ma è proprio questo il fascino di questa piccola deviazione.

La discesa verso la pianura è un lento esalare. Il massiccio si abbassa, il bosco si dirada e, all’improvviso, l’Alsazia si svela. L’Alsazia è un susseguirsi di case a graticcio, insegne in ferro battuto, gerani che colano dai balconi, uno scenario da trenini in miniatura, ma a grandezza naturale! Senza dimenticare il piedimonte orlato di vigneti e i loro filari allineati come con il filo a piombo, che si arrampicano alla conquista delle colline. Come il gesto del seminatore, la luce di questo tardo pomeriggio scivola sui vigneti e illumina il paesaggio di un oro rossiccio.

Arrivo a Kientzheim, rannicchiato tra le sue mura, ai piedi dello Schlossberg. Il villaggio è una miniatura: la sua porta bassa, il suo Lalli beffardo che da secoli fa la linguaccia agli assedianti, il suo castello che ospita la Confraternita di San Stefano. Trecento metri di vicoli e otto secoli di pazienza ti contemplano.

La sera riprende il suo rituale: controllo della moto, doccia, riposo, laboratorio di scrittura. Un buon pasto conclude la tappa. La giusta ricompensa per una giornata che pure aveva solo il modesto titolo di «transizione», ma che ha celebrato degnamente l’inizio delle vacanze. Domani, seconda tappa, e Gubbio si avvicinerà un po’ di più.

Sei passi sono in programma per la giornata: Susten (2.224 m), Grimsel (2.164 m), Furka (2.431 m), Gottardo (2.107 m), San Bernardino (2.066 m) e lo «Splügen Pass» (2.113 m). Alcune tappe vanno assaporate, questa va divorata.

Questa giornata è soprattutto un momento di condivisione che, per me, ha un leggero sapore di nostalgia.

Nel 2003, durante il mio primo vero viaggio on the road lontano da casa, il mio primo grande passo alpino in moto fu lo «Splügenpass». Tre anni dopo, nel luglio 2006 (già vent’anni fa!), volevo far condividere al mio amico Jacques l’ebbrezza dei passi della regione. Eravamo partiti da Locarno per arrivare a Levico; oltre 500 chilometri di strada di montagna. Avevamo superato nove passi principali della regione: il San Bernardino, il Passo dello Spluga (Splügen Pass), il Passo del Maloja, il Passo del Bernina, il Passo del Livigno, il Passo del Fuorn, il Passo dello Stelvio, il Passo del Gavia e il Passo del Tonale. Diciamolo chiaramente, era un’altra epoca in cui eravamo affilati come lame di katana.

Quella giornata epica è rimasta profondamente impressa nella nostra memoria sia per il suo carattere dantesco, sia per il tempo incredibile e per il livello di guida che avevamo dimostrato. Nel cuore della stagione motociclistica, quando dovevamo raccontare ai nostri amici un momento epico in moto, era proprio questo il ricordo che tornava costantemente, anno dopo anno. Ma Jacques raccontava instancabilmente quell’avventura, che evidentemente lo aveva incantato e segnato. Ovviamente, nel suo racconto, io ricoprivo sempre il ruolo del «pazzo» che lo aveva attirato in quella trappola. Jacques sapeva anche sfruttare questa storia per raccontare una delle sue imprese. All’inizio del Gavia, approfittando di un semaforo, avevamo sorpassato un’orda di tedeschi. A quanto pare, quella bravata li aveva infastiditi terribilmente e volevano fare a botte. Jacques, dal grilletto facile e pilota di alto livello, sfoderò, come al solito, una guida di rara eleganza che smorzò l’ardore di quei mendicanti arroganti.

Così, dopo aver spulciato uno ad uno tutti i passi stradali svizzeri sopra i 2000 metri, ho tracciato l’itinerario del giorno appositamente per Vincent. Il mio desiderio è quello di trasmettergli ciò che ho raccolto nel corso degli anni, passo dopo passo, e di offrirgli la quintessenza della regione. È il semplice piacere di regalare paesaggi maestosi, di tracciare con delizia belle traiettorie e di rimanere in silenzio di fronte a tanta felicità; assaporare senza aspettarsi nulla in cambio, senza cercare emozioni o mendicare approvazione, lasciando semplicemente che le cose facciano il loro corso affinché i ricordi si depositino. Come dice il saggio: «Meglio avere ricordi che sogni!» Questa condivisione significa seminare nell’altro senza sapere cosa vi crescerà e offrire semplicemente qualcosa di vero, probabilmente un po’ del riflesso di sé stessi.

Prima di assaporare i momenti di estasi che ci attendono, bisogna uscire dal nostro accogliente hotel. L’Alsazia, a poco a poco, si appiattisce e si dissolve in una pianura funzionale; un passaggio obbligato per raggiungere la Svizzera.

L’arrivo in Svizzera si caratterizza immediatamente per la meticolosità del paesaggio: siepi potate a filo, boschi ordinati, facciate lucide; tutto è ordinato, ben pulito e piacevole alla vista. Persino le mucche al pascolo sfoggiano un’aria professionale e seria. Supero Lucerna, adagiata sul suo lago. La strada ne segue piacevolmente le rive. Le scogliere che precipitano a picco nell’acqua sono impressionanti e conferiscono solennità al luogo.

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Superata Lucerna, mi addentro nella valle del Meiental. Il paesaggio cambia aspetto. Fa la sua comparsa il granito, con il suo grigio-bluastro, levigato e immenso. I larici si diradano, l’erba rasata prende il sopravvento e il Susten mi porta fino a 2224 metri. La strada è elegante, tracciata sicuramente da ingegneri che dovevano essere un po’ poeti o artisti. In vetta, il ghiacciaio dello Stein posa il suo sguardo freddo. L’aria è frizzante, tagliente e tonificante.

La discesa verso Innertkirchen snoda i suoi tornanti senza fine. Appena arrivati in fondo alla valle, bisogna già risalire verso il Grimsel. Qui tutto diventa minerale. La montagna si spoglia, abbandona il colore, la morbidezza del verde dei prati svanisce. Rimangono solo la roccia nuda, levigata da antichi ghiacciai, e un’acqua turchese e lattiginosa, trattenuta da alcune dighe. È un paesaggio austero, senza compromessi, ma una strana alchimia oscilla tra il sublime e l’ostile. La natura qui ci ricorda con garbo la nostra condizione di polvere.

Hotel Belvedere Segue la salita del Furka, il punto più alto della tappa a 2.431 metri. Le curve si susseguono senza fine. Tappa obbligatoria alla curva del Belvédère, mitico hotel che sembra ancora vibrare per il passaggio di James Bond in *Goldfinger*. Ogni pietra sembra conservare l’eco della sua Aston Martin. In cima al passo, la vista si apre a 360° su un mondo di pietra e neve. Qui non si guida più, ci si diletta, si ammira, si diventa umili.

Discesa verso Bellinzona, che mi permette di concatenare il Gottardo e il San Bernardino, lungo la vecchia strada, e mi fa evitare Coira. Amo la Svizzera, la mia banca e la mia banchiera, ma evito Coira per precauzione. Da quando sono tornato dall’Albania nel 2024, quel posto mi ha lasciato un ricordo amaro. La storia di un «poliziotto» in auto civetta che mi avrebbe colto in flagrante mentre attraversavo una «zebra» (segnaletica orizzontale). Questa infrazione, che a quanto pare qui rappresenta un grave reato, mi è costata, tenetevi forte, la modica cifra di 1.000 € di multa! Dimentichiamo lo spirito di delazione che aleggia da queste parti e procediamo con cautela.

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Il «Passo dello Splügen» accumula sapientemente le sue curve a gomito fino a 2.113 metri in un paesaggio brullo, arido e spoglio. Al superamento del valico, tutto cambia d’un colpo: le «tornanti» italiane precipitano a cascata, i castagni salgono incontro alla strada, l’aria si riscalda, si profuma e la dolce vita si unisce alla danza. Breve sosta ai piedi del «Passo dello Splügen». Guardo Vincent senza dire una parola e vedo i suoi occhi blu brillare di una gioia fanciullesca. Finalmente il Lago di Como si svela, disteso tra i suoi versanti scoscesi, poi arriva Colico dove mi fermo per la notte.

Sei passi importanti, quasi 600 chilometri percorsi. I paesaggi si accalcano nella mia mente senza voler trovare ordine. Rimane quella sensazione di ebbrezza confusa, la leggera vertigine di chi ha bevuto dalla botte anziché dal bicchiere. Domani, Gubbio!

Questa giornata mi ha regalato praticamente tutto ciò che un motociclista può sopportare e assaporare nello stesso giorno. La mattina è un dono. Dopo il banchetto della sera prima, è come ritrovare un dolcetto. Un giocoso tartufo al cioccolato che si era nascosto e che tornava per augurarmi una buona giornata. Questo dolcetto si chiama Passo San Marco. Il passo si erge a 1992 metri. Le curve a gomito si susseguono senza intoppi, l’aria è ancora fresca, tutto ciò che serve per risvegliare il pilota. La discesa verso la Val Brembana e le sue famose sorgenti di San Pellegrino si snoda come un nastro. Il traffico in senso contrario è impressionante; ondate di motociclisti sfilano senza sosta.

Poi arriva la pianura padana che mi inghiotte, anima e corpo. Lì inizia il calvario, quel lungo purgatorio in cui si rivive per tutta la giornata una scelta impossibile: trovare la stradina che evita le rotatorie in fila indiana e serpeggia tra i campi, oppure sopportare l’autostrada che stordisce sotto questi 32 °C. Inutili riflessioni per scovare l’alternativa salvifica: non esiste! Alla fine bisogna cedere alla noia e andare avanti a tutti i costi. I nomi delle città si susseguono: Cremona, Parma, Modena... Avanzando come un robot in un’aria soffocante, che brucia gli zigomi e secca le labbra.

Per raggiungere Gubbio, decido di deviare a Bologna e di dirigermi verso Firenze. La ricompensa arriva nella discesa verso Firenze, quando la città si svela all’improvviso, adagiata nella sua maestosa conca con la cupola al centro. Due secondi di grazia rubati a una giornata di fatica. Attraversare Firenze, invece, è una prova: l’aria è soffocante, l’asfalto riflette il calore come una fornace e il mio casco diventa una stufa. E poi, finalmente, il Chianti, il Valdarno, Arezzo, l’Umbria. La luce toscana addolcisce le fatiche della giornata, dora le colline, allunga i cipressi, accarezza la prateria. Una ricompensa visiva, piena di grazia, che rassereno. Dopo tre giorni di viaggio e 1452 chilometri, raggiungiamo Gubbio: l’avventura può avere inizio!

04) 07.09.2026 - Gubbio - Riposo

Gubbio

Gubbio, aggrappata al fianco della collina, esercita immediatamente il suo fascino. Gli umbri erano qui prima di Roma. Ne sono testimonianza le Tavole Eugubine, sette lastre di bronzo incise in una lingua morta. Anche Roma ha lasciato le sue vestigia, tra cui il teatro che sopravvive ai piedi della città. Una volta attraversata la vasta piazza nella parte bassa della città, vi accoglie un labirinto di vicoli stretti e ripidi. Le pietre portano con sé secoli di storia. In queste mura calcaree si percepiscono tutte le storie che hanno assorbito: la vita delle persone che vi sono passate, le stagioni che sono scorse instancabilmente. Probabilmente delle anime aleggiano tra queste pietre che infondono serenità. La serenità arriva da sé, senza che la si sia davvero cercata. Gubbio è bella.

Le formalità per il rally si sbrigano con facilità. Toni riceve in dono un bel paio di pneumatici nuovi di zecca. Ma è soprattutto il momento dei ritrovi con i compagni delle passate campagne. Ci si scambiano sorrisi, si susseguono abbracci sinceri. La convivialità e la fratellanza sono palpabili, il contatto tra tutti è facile. Le star, gli ambasciatori e i piloti KTM sono presenti e disponibili. Uno sguardo d’intesa con Chris Birch mi fa piacere. Ho avuto il privilegio di guidare con lui per un’intera mattinata in Portogallo. Ho l’impressione di ritrovare una grande famiglia. Il pomeriggio sarà dedicato al riposo, e le cose inizieranno davvero con la foto di gruppo alle 18:00.

05) 8-10 settembre 2026 - Gubbio - KTM Rally

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Sveglia alle 6:00! Sì, lo so, sono in vacanza! L’inizio dei festeggiamenti è previsto per le 7:30. La colazione viene sbrigata in fretta. Con indosso il mio numero 96, pieno di entusiasmo ma un po’ teso, raggiungo la mia squadra. Briefing di rito e si parte. Come al solito, mi posiziono in coda al gruppo per osservare e guidare al mio ritmo. L’inizio è un riscaldamento ragionevole, poi alcune discese richiedono attenzione per evitare spiacevoli capriole. Tutto va bene durante queste prime due ore.

Gubbio

Arriva un tratto più scorrevole. I partecipanti sollevano una nuvola di polvere. La moto che sto seguendo mi sommerge con quella nebbia opaca. La traiettoria diventa complicata. Guardare in lontananza non serve a granché: non ci vedo nulla. Per quanto mi ripeta che bisogna mantenere la distanza da chi mi precede, gli resto incollato alle ruote. Ovviamente, è successo quello che doveva succedere: alla curva di un solco nascosto, la mia ruota anteriore sterza a destra, quella posteriore decide di fare di testa sua, ed ecco l’inevitabile capriola. Niente di drammatico. Blocco l’unico stretto passaggio e creo un piccolo ingorgo il tempo necessario a rimettere in piedi la moto. Un compagno mi aiuta prontamente e tutto torna alla normalità. Tuttavia, avverto un fastidio all’anca sinistra, niente di preoccupante.

La mattinata procede, le difficoltà si susseguono. Sono in ritmo, sia dal punto di vista tecnico che fisico. Il percorso si addentra su una pista ghiaiosa veloce. È un ambiente in cui mi sento a mio agio, dove posso trarre vantaggio dalla mia stazza. Il ritmo è buono. Mi trovo tra due concorrenti e davanti a me la strada è libera. In una bella curva a sinistra che si stringe, per distrazione, non carico abbastanza la ruota anteriore e faccio un magnifico giro di 180°. Erano davvero tanti anni che non facevo una bella «caduta» come quella. La cosa più fastidiosa è che se avessi fatto capriole in tratti tecnici, avrei potuto dare la colpa solo alla mia mancanza di esperienza, ma lì andava tutto bene. L’anca sinistra ha fatto da ammortizzatore, nonostante le protezioni dei pantaloni. Il mio corpo mi ricorda immediatamente che non apprezza le mie stravaganze. Ovviamente, la moto è in uscita di curva, gli altri piloti stanno arrivando a tutta velocità e mi evitano per un soffio. Dopo aver messo in sicurezza la pista, il mio collega irlandese mi aiuta a risalire sulla moto. A quel punto, sento che la situazione non è delle migliori. Raggiungo il gruppo. Nina, la nostra capogruppo, mi dà una composta per reintegrare rapidamente gli zuccheri e recuperare le energie. Passano rapidamente alcuni minuti e ripartiamo. Per fortuna, approfitto di un tratto di strada per schiarirmi le idee. Guardo il percorso e informo Nina che andrò alla farmacia del paese più vicino.

La farmacista è incredibilmente disponibile. Le spiego rapidamente la mia avventura. Probabilmente vedendomi così abbattuto, capisce la mia situazione. Senza prescrizione medica, mi dà la scatola magica per alleviare i miei dolori. Dopo aver assunto il farmaco e avermi fatto un abbondante automassaggio all’anca con il gel antinfiammatorio nel parcheggio del paese, raggiungo il gruppo alle 13:00 al punto di ristoro. La scelta è crudele: continuare l’avventura rischiando una ricaduta e la fine definitiva delle mie vacanze, oppure sospendere la giornata e valutare la situazione domani. La ragione mi consiglia di tornare direttamente in hotel passando per strade secondarie.

Bruise Non soffro troppo, i farmaci sembrano fare effetto. Noto che la mobilità dell’anca è limitata e che i piccoli dossi sulla strada mi causano fastidio. Ciononostante, mi godo la bellezza dei paesaggi, che mi ricordano incredibilmente la mia Ariège natale. Questo mi dà un conforto inaspettato.

Arrivato a Gubbio, restituisco il mio transponder al paddock e mi reco al punto medico. Niente di rotto né di lussato, ma sulla mia anca si sta formando un enorme ematoma piuttosto doloroso. Cammino sempre più come un'anatra. Approfitto delle strutture del mio hotel per fare un idromassaggio, fare stretching in piscina e dormire per recuperare le energie. La serata in compagnia della «colonia arancione» e di Vincent mi fa dimenticare in fretta le peripezie della giornata.

Il 9, al risveglio, la diagnosi è chiara: è inutile pensare di affrontare il percorso previsto. Mi ritiro dalla gara. Salgo in moto per passare al rifornimento di mezzogiorno e fare un po’ di turismo tra Umbria e Marche. I paesaggi sono di una bellezza straordinaria. La sera resto in hotel e rinuncio ai consueti festeggiamenti.

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Il giorno dopo, anche se sto meglio e sarei potenzialmente pronto a provare a guidare, piove a catinelle e il temporale infuria. Inutile andare a cimentarmi in nuove acrobazie nel fango. Date le condizioni, l’organizzatore comunica che alcuni tratti di pista sono chiusi, fangosi, scivolosi e pericolosi: è obbligatoria una deviazione. Non ho alcun rimpianto e approfitto della giornata per visitare Gubbio e ricaricare le energie in vista della mia avventura in Croazia e Bosnia.

La mattinata scorre tranquillamente: gli ultimi saluti, le ultime parole, gli ultimi sorrisi in attesa del prossimo anno e dell’Albania, dal 4 all’8 ottobre 2027. Nulla mi mette fretta, lascio che il tempo scorra e mi godo la serenità dell’hotel. Scelgo i percorsi più tortuosi tra Gubbio e Ancona, dove devo imbarcarmi verso le 17:30 per una partenza prevista alle 19:30.

Tra i rilievi selvaggi dell’Umbria e le prime dolcezze delle Marche, la strada si snoda tra colline variegate e meravigliose. I borghi, con le loro facciate color miele, aggrappati alla collina, sembrano vegliare sulle vallate dove la luce si posa delicatamente, come su un feltro vellutato. Man mano che avanzo, le tonalità si fanno più audaci: l’ocra si infiamma, il marrone si ravviva e ogni curva improvvisa una nuova sinfonia cromatica. Poi, all’improvviso, dietro una curva di un passo, appare il mare, sottile, dritto, quasi insolente, una linea indaco tracciata in lontananza sulla linea dell’orizzonte.

Ancora qualche strada segreta e eccomi ad Ancona. Il posto mi è familiare. Tuttavia, per trovare il «check-in» devo provarci due volte. Il resto è un flusso ben controllato: aspettare, imbarcare la moto nella stiva della nave e prendere possesso della mia cabina.

Mi piacciono i traghetti, perché non c’è più nessuna scelta da fare, nessuna mappa da consultare, nessun percorso da negoziare. Basta lasciarsi trasportare. Intorno a me, il variegato miscuglio di passeggeri compone un quadro che è sempre una delizia: i camionisti; le famiglie che hanno occupato tre file di sedili con serietà militare; gli habitué con la loro routine; le coppie di anziani silenziose; i motociclisti, riconoscibili dall’andatura rigida e dai capelli appiccicati dal sudore. Tante storie parallele che approdano lì e si scontrano. Il dono del traghetto è quello di uscire dal tempo e dagli schemi. Le ore non contano più, la tappa non esiste più, c’è solo l’acqua e il tempo che scorre, e la sera che cala. Mi appoggio alla ringhiera, con la pelle finalmente fresca, osservo il balletto dei camion sul porto, il trambusto della città, e ammiro il cielo che si infiamma prima di una nuova alba.

07) 12-15.09.2026 - Medići (HR) - Riposo

Medići

Avendo utilizzato spesso i traghetti, so che gli sbarchi hanno spesso un’atmosfera elettrizzante. L’impazienza dei passeggeri di ritrovare la terraferma è palpabile, e l’equipaggio si affretta a pulire tutto in vista di una nuova rotta. Oggi nessuno viene a bussare alla mia porta a un’ora indecente, nessun annuncio fragoroso dall’altoparlante in cabina: tutto sembra sereno, oppure non ho sentito nulla, cosa che non posso escludere. Mi risveglio da un sonno cullato per tutta la notte dal dondolio e dal ronzio dei motori. Mi sveglio tranquillamente e noto che la nave è già attraccata a Spalato. Mi vesto in fretta, raggiungo la moto, non aspetto più di cinque minuti per ritrovare il mio Toni, carico tutto e alle 7:30 sono già sulla strada costiera. Un ritmo incredibile, privo di ogni frenesia.

Decido di andare a lasciare i bagagli in hotel, che si trova a Medići, poco meno di quaranta chilometri a sud di Spalato. La strada costiera, che avevo già percorso, è meravigliosa. La direzione nord-sud mi sembra l’opzione migliore per godermela appieno, perché il mare è alla mia destra. Apprezzo le sfumature turchesi, i toni di verde e di blu che l’Adriatico mi offre. Questa costa croata mi dà l’impressione di essere in vacanza da settimane. In questo fine settimana di metà settembre si respira un’aria di fine stagione, che aggiunge un tocco di dolcezza e di spensieratezza.

Depongo i bagagli e approfitto dell’atmosfera accogliente del mio hotel per fare colazione di fronte al mare. Il cambiamento è brusco. Ho appena lasciato la terra del rally, quella dell’Umbria e delle Marche che parlano con sincerità, ed ecco che la strada improvvisamente profuma di crema solare. Mi lascio alle spalle la terra delle mani callose e degli stivali impolverati che non temono il fango, per entrare in quella dove si saluta il mare a colpi di selfie, buone maniere e civetterie.

Mi diverto a osservare il cerimoniale indigesto che mi viene offerto su questo angolino di insenatura. Quello del selfie di massa, quella piccola esecuzione intima per consegnare al mondo un volto ben inquadrato, pulito, filtrato, svuotato di tutto ciò che potrebbe assomigliare a un pensiero. Una commedia in cui si diventa carnefici del proprio volto, torturandolo finché non diventa conforme, levigato e presentabile ai dogmi. Altare dell’auto-idolatria, tempio delle pose studiate, dei sorrisi congelati e delle smorfie mal illuminate; un culto in cui l’individuo è al tempo stesso officiante e assemblea. Grande fiera delle vanità, esibizione di pixel in cui ciascuno avanza a braccio teso, grottesco penitente che brandisce la propria effigie! L’importante è apparire, mostrarsi, prima ancora di aver vissuto l’attimo.

Lì, quel lembo di mare, cullato dall’ombra di un pino marittimo, non vuole saperne di questa farsa. Chiede, supplica umilmente che ci si immerga nell’attimo. Spero che la poesia di questo luogo finisca per risvegliarsi in loro.

Medići-Omiš

Finché la mia casa non sarà pronta, vado a Omiš a dare una ripulita a Toni e a sorseggiare un drink in terrazza. Prendo la strada che passa in quota, ed eccomi sopraffatto da una doppia desolazione. La prima proviene dalla fitta colonna di fumo che si sprigiona dall’incendio che imperversa sull’isola di Brač, dall’altra parte dello stretto. Per tutto il giorno e fino a notte fonda, il fuoco ha divorato la collina come una bestia affamata, bruciando la macchia mediterranea, inghiottendo i pini, lasciando solo cenere. Al calar della notte, il bagliore delle fiamme continuava a tingere il cielo di un sinistro colore porpora. Mi sento come un fante romano, disperato, che guarda Roma bruciare.

La seconda desolazione è il dramma che si è consumato qui, quattro settimane fa. Dal paesino in cui risiedo fino a Omiš, il fuoco ha deturpato la montagna. Il fuoco distrugge, certo, ma soprattutto porta lutto: toglie il colore, toglie il rumore della vita, il fruscio delle foglie sulla terra, e deturpa il fascino dei luoghi. I profumi del pino e della macchia mediterranea sono svaniti insieme alla fuliggine, lasciando un odore acre e penetrante che rimane sospeso nell’aria. Triste spettacolo: quelle carcasse di auto carbonizzate ammucchiate, quei pini mozzati, quella terra annerita, spogliata e rasata fino alla roccia. La collina è ora avvolta da un nero che nessuna vedova oserebbe indossare.

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All’inizio avevo detto che questi tre giorni in Croazia avrebbero sciolto la stanchezza accumulata. Non avrei potuto dirlo meglio. Il programma è di un rigore che incute rispetto: sedentarietà consapevole, siesta obbligatoria, gastronomia curata, degustazione di bevande locali, sguazzare in mare e riposo. Dovrò impormi una disciplina impeccabile; nessuna concessione, deroga o deviazione sarà concessa a questo regime che si preannuncia già faticoso!

Lascio rapidamente la strada costiera, sempre bellissima, e risalgo le gole della Cetina. In pochi chilometri, i paesaggi da cartolina della Dalmazia lasciano il posto a un entroterra arido, sassoso, quasi deserto. Il turista è assente, i villaggi sono rari, la vegetazione si rada, i muretti a secco scandiscono la landa.

Passo dal valico di frontiera di Kamensko. Le formalità si sbrigano rapidamente e la Bosnia si apre d’un colpo su un’immensità che nulla lasciava presagire: il grande altopiano di Livno, i suoi polje infiniti, il suo orizzonte piatto, circondato da montagne blu. Il lago di Buško è lì, enorme, adagiato su questa steppa come un errore. Dispiega le sue acque blu; si increspano sotto un vento che sembra non doversi mai fermare. Nessun albero, nessuna ombra: sono circondato da una luce che travolge ogni cosa. È un paesaggio da fine del mondo, austero e magnifico, dove mi sento allo stesso tempo minuscolo e perfettamente al mio posto.

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Mi dirigo verso sud. Il calcare è ovunque, grigio, bucato, squarciato, tipico di un rilievo carsico; le colline non sono altro che scheletri rocciosi che la macchia mediterranea fatica a ricoprire. Tra Posušje e Grude, attraverso avvallamenti coltivati: tabacco, vigneti e qualche albero di fico. L’altitudine scende progressivamente, il terreno si tinge di rosso, la temperatura supera i 30 °C.

Speravo di vedere le cascate di Kravica, che precipitano per una trentina di metri in una cortina d’acqua ampia e generosa. Il posto è chiuso a chiave: parcheggio, biglietto obbligatorio, venditori ambulanti, è tutto turistico. Torno indietro, disgustato!

Počitelj si erge davanti a me, aggrappata al suo versante da cinque secoli: la fortezza in alto, il minareto bianco al centro e le sue case ottomane che scendono a picco fino alla riva. Più in là, Stolac offre una pausa nel verde, con mulini, giardini e gli stećci di Radimlja, quelle tombe medievali piantate nell’erba, massicce, con le loro sagome incise che ti salutano con il braccio alzato. Le facciate di alcune case recano ancora i segni della guerra e, anche a distanza di trent’anni, nomi come Srebrenica mi tornano tristemente alla memoria.

Arrivo a Blagaj, ai piedi di una scogliera verticale alta duecento metri. Qui la Buna sgorga letteralmente dalla roccia. L’intero fiume esce dalla montagna con un getto potente e turchese. Addossata a questa parete si annida la tekija, un monastero derviscio (istituto religioso musulmano sufi), sorto in questo luogo nel XVI secolo.

Oltre ai suoi paesaggi sontuosi e al cambiamento di scenario, la strada bosniaca riserva talvolta sorprese mozzafiato. Conosciamo tutti la scanalatura, quelle striature longitudinali utilizzate prima di «rifare il manto stradale». I bosniaci portano il gioco ancora oltre! Scavano un solco che è un misto tra un solco di carrozza e un binario del tram. L’effetto in curva è spettacolare: la moto vi si infila, viene risucchiata, rimbalza e traccia la propria traiettoria. Per fortuna, Toni, con i suoi pneumatici dentellati e le sue sospensioni da urlo, supera questi ostacoli senza battere ciglio. Immagino volentieri la goccia di sudore e paura che scorre sotto il casco di un giovane motociclista lasciato lì sopra. Aggiungeteci la pioggia e la notte, e il gioco deve diventare francamente delizioso!

Ancora qualche chilometro e arrivo a Mostar, costellata di minareti e campanili, dove lascerò i miei bagagli per due giorni. La cosa più inquietante è quella sensazione che mi accompagna dal confine di Kamensko fino alle porte della città: su questa striscia di terra, l’identità bosniaca sembra confusa, quasi in secondo piano. L’impronta del cristianesimo è più marcata, e le bandiere croate sventolano un po’ ovunque. Questa giornata non è stata solo uno splendido carosello di paesaggi, ma anche un caleidoscopio in cui si intrecciano geologia e cultura. Le fedi che qui si intrecciano come i fili di un arazzo rimandano sempre alla stessa immagine: quella del funambolo che, per quanto ben addestrato, non è mai al riparo da una scossa. Questo Paese sa bene quale sia il prezzo da pagare.

Stamattina avevo un unico, semplice desiderio: andare a fare un giro nei dintorni del Durmitor, al confine con il Montenegro. Nulla lasciava presagire un viaggio mozzafiato di 367 chilometri tra strade di montagna e curve dai panorami incantevoli.

La giornata inizia con la salita verso Nevesinje, che ormai conosco bene: calcare ovunque e quell’altopiano che apre l’orizzonte. Poi la strada prosegue verso Gacko e la sua enorme centrale elettrica che divora la lignite delle montagne circostanti e lascia dietro di sé solo immensi buchi spalancati. Approfitto della città per fare una pausa e sorseggiare un caffè in terrazza. Ciò che mi colpisce qui è la statura delle donne: camminano dritte, alte, e possiedono una bellezza generosa. Si dice che i Dinarici siano tra i più alti d’Europa. Seduto a questo tavolino all’aperto, ci credo volentieri!

Una volta superato Gacko, il paesaggio cambia natura. Guido a mille metri di altitudine su altipiani erbosi che nulla interrompe: né siepi, né recinti, né alberi, solo erba rasata e greggi. I villaggi sono rari, il traffico sparuto e quel vento incessante che spazza via tutto.

Nella discesa verso la Sutjeska, la foresta riprende il sopravvento: una vera foresta primaria, fitta, dai verdi intensi. Poi Brod, e la Drina che scorre con le sue acque verdi. La risalita lungo la Bistrica, che si snoda tra gole strette, ponti e tornanti a strapiombo, merita da sola l’elogio della giornata.

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Poi arriva il momento che non mi aspettavo. Dopo tutto questo viaggio, dopo i passi alpini: il Grimsel con la sua roccia levigata, il Furka con i suoi 2.431 m, il Susten con la sua architettura da maestro orafo, o il passo dello Splügen con la sua tecnicità, credevo che la scatola delle meraviglie fosse già piena. Il tratto tra Gračanica e Odžaci ha ribaltato la situazione. La strada sale sull’altopiano di Bjelašnica e mi trasporta in un mondo insospettabile: un’immensità pastorale, silenziosa, spoglia, dove il canyon della Rakitnica apre improvvisamente la sua fenditura ai miei piedi. Al passo, a 1.623 metri, mi fermo. Spengo il motore. Non c’è nulla da dire, nulla da fotografare che possa renderne giustizia, nient’altro da fare che restare lì. Un’emozione pura, che non provavo da una vita, di quelle che ti prendono allo stomaco e che né le Alpi, né nient’altro in questo viaggio mi avevano regalato con tanta intensità. In quei pochi chilometri, mi sono ritrovato a esclamare decine di volte «wow» e «è incredibilmente bello».

Grocery Meravigliato, mi fermo a caso in un negozio di alimentari che doveva esistere già ai tempi della Jugoslavia, proprio come la sua proprietaria. Il negozio è di una semplicità portata all’estremo: un tavolo a sinistra della porta dove due donne chiacchierano, una tenda per ripararsi dal sole cocente, all’esterno un frigorifero a vetrina per le bevande fresche e, all’interno, prodotti appoggiati direttamente sul pavimento o sistemati su scaffali di legno. Lo stretto necessario, nient’altro. Opto per una banana, una Coca-Cola e una bottiglia d’acqua. Il tutto mi costerà 2,50 €, cinque marchi convertibili (valuta bosniaca)!

La discesa verso Glavatičevo completa il quadro. La Neretva scorre in un verde smeraldo di grande effetto. Poi Konjic, Jablanica, il lago e il canyon che scende verso Mostar tra le sue pareti calcaree. Questa strada è oggettivamente bella, lo ammetto, ma stasera mi è sembrata insipida. Quasi banale. Ecco il temibile effetto di un’immersione nella bellezza e nell’emozione estrema: rovina la bellezza ordinaria che viene dopo. Torno a Mostar con la sensazione di aver provato un’emozione rara, quella di essere travolto dalla bellezza e di sentirmi sopraffatto senza sapere come descrivere quel momento.

Inizio della mia «remontada»; lascio Mostar verso ovest, in direzione di Široki Brijeg. A Rakitno, tutto cambia: la strada diventa segreta, una di quelle vie che nessuno percorre, stretta, tortuosa, e che amo tanto. Questa strada, come un arabesco poetico, mi conduce verso il parco naturale di Blidinje.

Il lago di Blidinje, a circa 900 metri di altitudine, giace in fondo al suo altopiano. Una macchia di smeraldo, circondata da vette che superano i 2.000 metri. La bellezza qui è nuda, semplice e sontuosa. Il mio sguardo si posa sulla cresta: un pennacchio di fumo sale verticalmente, enorme, bianco e grigio, con la lentezza opprimente di un vulcano che si risveglia. La montagna brucia da qualche parte laggiù. Il contrasto è straziante tra quest’acqua tranquilla in primo piano e quel disastro sullo sfondo del panorama, che si erge nel cielo azzurro.

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Il mio viaggio prosegue verso Drvar. Il mondo cambia ancora scala. I polje si susseguono, immensi, piatti, aperti sull’orizzonte. Una successione di pianure situate a 800-900 m di altitudine, circondate da rilievi. Prima di Bosansko Grahovo, la distesa è tale da sembrare irreale. Su questo altopiano, questa terra incolta non chiederebbe altro che produrre. Mi ritrovo a sognare: automatizzare la coltivazione del grano o del grano saraceno su una distesa così immensa. Un progetto magnifico, al tempo stesso tecnicamente entusiasmante, umanamente utile e sicuramente redditizio. Il paese ha tutto ciò che serve: spazio, acqua, terreno e sole. Probabilmente gli mancano investitori lungimiranti.

I chilometri scorrono e rimango sbalordito dal numero di case abbandonate, bruciate, sventrate, con i tetti crollati sulle pareti annerite, le facciate crivellate di fori che trent’anni non sono riusciti a cancellare. Interi borghi, vuoti. Alcuni non sono altro che file di rovine. La guerra ha svuotato questa terra, che non si è mai più ripopolata.

La discesa verso Martin Brod ridà vita al paesaggio. Attraverso un vecchio ponte con l’impalcato di legno, sul quale non oserei far passare un camion. L’Una si presenta in cascate a gradini, come tante tribune d’acqua. Scivola lungo il suo alveo in un verde luminoso, di una purezza sbalorditiva.

La giornata volge al termine. Il tempo si fa minaccioso. Spero di evitare una doccia anticipata. Pochi minuti dopo il mio arrivo in hotel, non lontano da Bihać, scoppia un forte acquazzone. Provo la soddisfazione di aver vinto, per un soffio, la mia corsa contro il maltempo!

L’uscita dalla Bosnia, passando per Bihać e Velika Kladuša, non assomiglia a nulla di ciò che ho attraversato finora. Basta con il carso squarciato, i polje smisurati, gli altipiani a mille metri spazzati dal vento. In questo nord della Bosnia, le case sono ravvicinate, i giardini ben curati, si coltiva, si raccoglie, la vita riprende una densità familiare. Poi arriva il confine croato; le formalità vengono sbrigate rapidamente. Il paesaggio a volte mi ricorda quello della Romania o dell’Europa centrale. Poi, finalmente, la Slovenia. Lì il verde cambia qualità: più denso, più profondo, più nitido. Tutto è pulito, ordinato senza essere rigido. Il paese infonde immediatamente serenità, come ha sempre fatto: la Svizzera, ma meno formale!

Pavus Questa tappa non aveva nulla di improvvisato. È stata una transizione consapevole, gestita in modo efficiente e senza deviazioni, per regalarmi tre giorni in Slovenia. Un paese che considero la perla più ingiustamente trascurata dell’Unione europea, sia dal punto di vista turistico che enogastronomico. Chi ha letto i miei episodi precedenti conosce già il mio entusiasmo per questo paese. Per iniziare con il piede giusto, il programma era già deciso: Laško e il ristorante di Pavus, che l’anno scorso mi aveva lasciato un ricordo meraviglioso e che meritava una seconda visita!

L’anno scorso, Hiša Franko mi aveva lasciato perplesso. Il viaggio culinario era stato straordinario, lo ammetto volentieri, ma ero rimasto impermeabile al discorso di Ana Roš, incapace di coglierne l’arte o il progetto. Era un livello troppo alto per me.

Stasera, Pavus mi ha stupito ancora una volta. Il ristorante occupa il castello di Tabor, costruito nel XIII secolo, sulle alture della città. Lo chef Marko Pavčnik ha alzato ancora di più l’asticella della sua arte e propone un equilibrio perfetto tra gastronomia e genio culinario. Lo chef, che guida una Ducati Multistrada, mi ha visto arrivare in moto. L’accoglienza è immediatamente calorosa. Appartenere alla stessa confraternita rompe il ghiaccio in pochi secondi. Gli racconto della mia scoperta dell’anno scorso e della deviazione che ho fatto apposta per venire a deliziarmi di nuovo. Ho il privilegio di farmi servire, da lui in persona, le sue prime tre creazioni, accompagnate dalle sue spiegazioni personalizzate.

Marko sostiene una cucina radicata nel territorio e nei prodotti locali, provenienti per lo più da un’azienda agricola biologica o dalla raccolta selvatica. Da Pavus, il territorio e l’alta gastronomia si sposano a meraviglia, portati a livelli altissimi senza mai diventare inaccessibili ai non addetti ai lavori e, fortunatamente, meno intellettualizzati che da Ana Roš.

Nel 2026, la Guida Michelin conta 74 ristoranti in Slovenia, di cui dieci stellati: Hiša Franko (Ana Roš) con tre stelle, Milka a Kranjska Gora con due stelle e otto locali con una stella, tra cui il Pavus. Il Paese è diventato una piccola potenza gastronomica: si colloca al decimo posto in Europa per numero di ristoranti stellati pro capite.

Questa mattina, il tragitto da Laško a Lubiana scorre liscio come l’olio. Ritrovo la Slovenia come si ritrovano cari amici. L’anno scorso scrivevo che questo paese sa sedurre senza mai forzare: senza eccessi, senza magniloquenza, senza ostentazione. È il tratto dell’artista, semplice e raffinato, uno spirito alla Corbusier, qualcosa che ti tocca in silenzio, ti penetra con delicatezza e ti rassereno. Non è cambiato nulla. Le colline dispiegano le loro linee morbide fino all’orizzonte, le sfumature di verde si susseguono di pendio in pendio, i fiumi scorrono con una purezza che sembra quasi irreale. Pedalo senza tensione, senza fretta, con la sensazione che non possa succedere nulla.

Sosta golosa a Velika Loka: caffè, pasticceria, gelateria, e tutto è delizioso. Ci resto più di un’ora ad assaporare e a ripensare ai paesaggi della mattinata. Il GPS mi ha fatto scoprire lungo il percorso alcune «gravel roads» inaspettate che, come il tavolo del giorno prima, hanno deliziosamente impreziosito il mio viaggio.

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Un tempo dicevo che la Slovenia ricordava l’Austria e la Svizzera; a ciò aggiunge un fascino in più che la rende un piccolo gioiello. Questa terra è squisita. I villaggi sono curati, i prati ben tigliati, i campanili si ergono senza arroganza, l’aria è pura e profuma di fieno, di bosco, di funghi: una gioia tanto per gli occhi quanto per l’olfatto. La Slovenia è proprio questo: pulizia, serenità, dolcezza, che inebriano come un profumo amato. Dopo la polvere, il carso squarciato e le montagne roventi, la Slovenia agisce come un balsamo. Lenisce. Non vado più avanti, mi lascio trasportare. Lubiana, capitale a misura d’uomo adagiata sulle rive del suo fiume, mi promette riposo e la necessaria transizione verso il Lussemburgo.

13) 19-20.09.2026 - Lubiana (SLO) - Riposo

Le previsioni meteo per i prossimi tre giorni si annunciano clementi. Per tornare in Lussemburgo, penso di attraversare le Alpi passando per le Dolomiti, per poi lasciarmi trasportare dalla dolcezza della Svizzera.

L’obiettivo della giornata è raggiungere Cortina d’Ampezzo nel tardo pomeriggio. Fin dalla partenza, mi concedo le piccole strade slovene, belle e tranquille. Le ore scorrono veloci e, a questo ritmo, comincio a sospettare che il mio programma sia di un ottimismo un po’ azzardato. Ma dato che un chilometro non ha mai superato i mille metri, decido di proseguire. La discesa lungo il fiume Soča rimane una delizia: la sua acqua, ora cristallina, ora turchese, cambia continuamente aspetto e ti costringe a distogliere lo sguardo dalla traiettoria. Alla fine lascio la Slovenia attraverso il Passo del Predil (1.156 m) ed entro in Italia.

Rotta verso le Dolomiti. Affronto due piccoli passi per sciogliermi le gambe: Sella Nevea (1.190 m) e il Passo della Mauria (1.298 m). A Cortina d’Ampezzo, la tentazione è troppo forte: mi lancio sul Passo Giau (2.236 m). In vetta, l’aria è cristallina e il panorama sfiora l’irreale. Queste lame di dolomia che si ergono verso il cielo sono sempre uno spettacolo sensazionale. Proseguo con il Passo Fedaia (2.057 m). In discesa, il pilota di una 911 GT3 RS che mi precede fa ruggire il suo sei cilindri boxer; il suono metallico rimbalza da una parete all’altra in questa cattedrale di roccia. Uno spettacolo sonoro di rara potenza. Me lo godo senza il minimo imbarazzo.

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Proseguo ancora un po’ verso Bolzano e finisco a Pozza di Fassa, ai piedi della funivia di una stazione sciistica che è ben lontana dall’aver indossato il suo manto bianco.

Mentre carico Toni, la mattinata mi accoglie con una splendida temperatura di 5 °C. Che energia! Era da tanto che non provavo un tale brivido. Il cielo è uniformemente azzurro, senza nemmeno un accenno di nuvola. Il sole si alza sopra la cresta e riversa la sua luce ramata su tutto l’orizzonte. Le condizioni previste per la giornata sono un vero regalo. Colgo al volo questa occasione: scalerò lo Stelvio (2.757 m).

I primi chilometri mi offrono il Passo di Costalunga (1.759 m) come antipasto. Le manopole riscaldate, quel lusso di cui ci si prende gioco a luglio, qui diventano una benedizione alla quale mi abbandono senza rimorsi.

Burn Sul breve tratto di autostrada tra Bolzano e Merano, un automobilista mi fa cenno che c’è qualcosa che non va nella parte posteriore della moto. Niente di preoccupante nello specchietto retrovisore. Mi fermo comunque in un'area di sosta. Dal tubo di scarico esce del fumo bianco e temo il peggio dal punto di vista meccanico. Dopo gli incendi in Croazia e in Bosnia, tocca a me andare a fuoco! La causa è decisamente più banale: il mio zaino con gli oggetti di prima necessità, fissato dietro i bagagli, ha preso fuoco. Una cinghia si è spezzata, lo zaino è scivolato sul tubo di scarico e i gas di scarico hanno fatto il loro lavoro distruttivo con temibile efficacia. Stacco subito il fagotto in fiamme e la mia vescica farà il necessario per spegnere questo principio d’incendio. Per fortuna, il gonfiatore e gli attrezzi sono sopravvissuti. Fine della micro-peripazia, riprendo la strada verso Merano.

La valle di Merano è famosa per i suoi frutteti e soprattutto per i suoi meli. Gli alberi si piegano sotto il peso dei frutti maturi. La raccolta è in pieno svolgimento. Il viavai di trattori e dei loro rimorchi carichi di cassette è incessante. Il traffico ne risente: si aspetta, ci si fa strada, ci si piega davanti alla necessità del lavoro rispetto al tempo libero.

Stelvio Poi mi immetto sullo Stelvio. Per chi non lo sapesse: lo Stelvio è il Taj Mahal del motociclista. Un punto di riferimento, al pari del Capo Nord, delle Bardenas, della Transfăgărășan o della Strada di Napoleone, tutti trofei da sfoggiare sulla carenatura. Bisogna però relativizzare l’impresa, perché ci sono diversi modi per salire o scendere dallo Stelvio. Avendolo percorso più volte, posso dire che la salita da Merano è di gran lunga la più tecnica; gli altri versanti sono da pista verde, mentre questo è da pista rossa. Detto questo, restiamo umili: il livello non è affatto paragonabile allo Splügen da Chiavenna o al Gavia da Ponte di Legno, che sono, invece, vere e proprie sfide. Comunque sia, porto a termine il mio compito, non senza notare che la mia tecnica a destra in salita è meno precisa che a sinistra. Ottimo pretesto per trasformare il resto della giornata in un corso di perfezionamento.

Proseguo poi come si sgranano i grani di un rosario: il Passo dell’Umbrail (2.501 m), che mi porta nel Parco nazionale svizzero, poi il Passo dell’Ofen (2.149 m), il Passo della Flüela (2.383 m) e il Passo del Wolfgang (1.631 m). L’ultimo, l’Oberalppass (2.044 m), mi porta ad Andermatt. Lì si pone l’unica vera domanda della giornata, quella relativa al mio grado di golosità: riprendere il giro Furka-Grimsel, o dirigermi dritto verso il Lago dei Quattro Cantoni. La ragione ha la meglio, cosa che non le capita tutti i giorni. Andrò a «gironzolare» lungo il lago e mi ci fermerò.

A Brunnen, le pareti delle montagne si tuffano verticalmente in un’acqua verde e immobile, senza spiaggia né tregua; la Norvegia ha evidentemente perso un fiordo lungo la strada, e la Svizzera lo ha discretamente adottato. Sotto lo stesso sole che non mi ha mai abbandonato, concludo la tappa di fronte al lago, sulla terrazza del mio hotel, dove sorseggio un martini preparato con lo shaker e non con il cucchiaio. Su queste cose non si scende a compromessi! 21 °C di sera, fine settembre: è il paradiso! Il sole scivola lentamente dietro la montagna e disegna con un tratto arancione la cresta di fronte. Non faccio altro che guardare e lasciarmi avvolgere dalla serenità del luogo.

Brunnen

Ultima tappa. Mi concedo ancora un po’ di questo delizioso angolo di fiordo, come si fa a far durare l’ultimo sorso. Negli anni passati, avevo adorato costeggiare i grandi laghi austriaci come l’Attersee, a est di Salisburgo. Amo questo elegante passaggio tra la montagna e l’acqua, quel modo aggraziato con cui il rilievo sembra dissolversi nel proprio specchio. Ritrovo qui, in questo angolo di Svizzera, la stessa grazia, lo stesso splendore, la stessa maestosità.

Senza fretta, costeggio i laghi e proseguo il mio viaggio fino a Zugo. Il bello si aggiunge all’azzurro. In lontananza, l’alta montagna disegna l’orizzonte con un tratto bianco, ultima audacia lanciata attraverso quest’aria di purezza cristallina. Quelle nevi eterne contrastano con le valli aride e questa estate torrida.

Poi, inesorabilmente, la mia rotta si orienta verso nord. Alle porte di Triberg, con i suoi sorprendenti orologi appesi alle facciate, sento che la pausa sta volgendo al termine. A Hausach, baricentro della Foresta Nera, è il momento di chiudere: la strada proseguirà dritta fino al Lussemburgo.

Questi ultimi chilometri, solitamente segnati dalla noia, si trasformano in una grande retrospettiva. Venti giorni scorrono in fast-forward dietro la visiera del casco: i passi svizzeri, Gubbio, il mare croato, il carsismo bosniaco, la dolcezza slovena. La nostalgia affiora, naturalmente, arriva sempre in questo momento, ma si addolcisce grazie alla semplice gioia di tornare a casa e a questa incredibile collezione di panorami e ricordi che riporto con me nei bagagli. Il viaggio volge al termine; sta solo iniziando la sua seconda vita, quella del racconto.

Luxembourg

Conclusione

Questo viaggio lascia quella rara sensazione di completezza. C'è stata innanzitutto la condivisione: quella discesa verso Gubbio, tracciata e regalata a Vincent passo dopo passo, la linea retta di un'amicizia che scorre ormai da anni. Poi c’è stata l’esigenza dei sentieri, le loro capriole, e quell’anca che porta ancora, come un trofeo, un ematoma che ricorda fastidiosamente la fronte di Gorbaciov! C’è stata soprattutto la scoperta di luoghi, panorami e paesaggi di una bellezza che non mi aspettavo di incontrare. E infine c’è stata la benedizione degli dei della strada: 20 giorni, 4586 chilometri, e nemmeno una volta ho dovuto indossare l’equipaggiamento da pioggia. Ecco una statistica di cui non mi vanterò, ma che mi godo appieno. E in mezzo a tutto questo, Toni, la mia KTM 890, una moto incredibile, che supera ogni ostacolo: la ghiaia, i solchi, la polvere, la canicola, le buche bosniache e le mie stravaganze. Nessuna lamentela, nessun guasto. Che grande Toni!

La Slovenia incanta, l’Italia seduce, la Croazia rilassa, la Svizzera impressiona, ma la Bosnia-Erzegovina, lei, ti prende alla gola. Questo paese non cerca di piacere, non edulcora nulla, non nasconde nulla; si presenta così com’è: i suoi altipiani smisurati, i suoi carst, i suoi fiumi che sgorgano dalla roccia, i suoi minareti e i suoi campanili che si ergono fianco a fianco nello stesso orizzonte. Senza preavviso, mi regala l’emozione più intensa del viaggio: da qualche parte tra Gračanica e Odžaci, ho ricevuto in pieno ciò che nemmeno le Alpi mi avevano offerto con tanta forza. Il mistero e la nobiltà della Bosnia risiedono in questo modo di portare il lutto delle proprie ferite senza mai lamentarsi, dopo aver visto scomparire la Jugoslavia e poi la guerra. Terra aspra e sontuosa, non svela nulla a chi la guarda da lontano. Ma a chi accetta di attraversarla lentamente, offre alcuni dei paesaggi più belli d’Europa. Ci si entra da turisti, se ne esce debitori.


Consigli e raccomandazioni

Tutte le raccomandazioni riportate di seguito sono riferimenti non sponsorizzati

 I percorsi imperdibili

 Tracciati e GPX

 I posti migliori

Dove dormire / Dove mangiare

 Documenti

 I buoni vini

Per completare la scoperta, una selezione dei migliori vini incontrati.

Recto

France Alsazia – Un Pinot Nero, rosso, dotato di grande eleganza.

Verso
Recto

Italy Umbria – Un rosso eccezionale.

Recto

Croatia Isola di Vis – Lipanović Vugava – Un bianco minerale, generoso, dal colore dorato, con una nota di pesca bianca al palato e un tocco tropicale, molto delicato.

Verso
Recto

Croatia Dalmazia – Dingač – Benmosche – Un rosso (vitigno Plavac Mali), tannico e potente, pur rimanendo molto equilibrato al palato. Note di prugna, mora e fico con un tocco di gariga, che conferiscono un finale lungo. Una meraviglia con la carne.

Verso
Recto

Slovenia Nobile vino bianco, vitigno 100% Malvasia, molto delicato al naso: frutti tropicali gialli e un tocco di miele. Finale minerale al palato, elegante, sottile e raffinato, un’anima di “pesca bianca”, vellutato.

Verso

Quadri di controllo

Questo quadro di controllo ha lo scopo di registrare il consumo di carburante. Il consumo di carburante permette di calcolare l’impronta di carbonio del viaggio e di compensarla. La compensazione avviene tramite programmi di riforestazione. Questa soluzione è, certamente, imperfetta, ma è un gesto concreto che permette di essere consapevoli delle sfide climatiche e di contribuire modestamente a ridurre al minimo il proprio impatto quando si viaggia. zero-carbon-icon

Tabella del consumo di carburante

Data Chilometraggio Litri di carburante acquistati Costo in € Commento
04/09/2026 18.482 LU - Partenza
04/09/2026 18.752 13,74 30,56 € SP98
05/09/2026 19.017 10,50 23,65 € SP98 - 22,25 CHF
05/09/2026 19.240 11,63 27,68 € SP98 - 26,04 CHF
06/09/2026 19.438 11,84 24,62 € SP95 - IT
06/09/2026 19.673 13,73 28,89 € SP95 - IT
07/09/2026 19.937 14,11 29,33 € SP95 - IT
09/09/2026 20.237 16,08 33,11 € SP95 - IT
12/09/2026 20.455 13,08 21,01 € SP95 - HR
15/09/2026 20.731 15,88 26,72 € SP95 - BIH - 52,25 BAM (1,68 €/l)
16/09/2026 21.028 15,41 27,10 € SP98 - BIH - 53,01 BAM (1,76 €/l)
17/09/2026 21.310 14,37 25,70 € SP98 - BIH - 50,01 BAM (1,78 €/l)
18/09/2026 21.401 8,95 14,84 € SP95 - BIH - 29,03 BAM (1,66 €/l)
19/09/2026 21.735 13,66 23,60 € SP95 - SLO (1,72 €/l)
21/09/2026 21.895 8,11 14,02 € SP95 - SLO
22/09/2026 22.163 14,33 31,51 € SP95 - IT (2,19 €/l)
22/09/2026 22.440 14,02 31,94 € SP95 - 30,01 CHF (2,23 €/l)
23/09/2026 22.798 15,71 38 € SP95 - DE (2,41 €/l)
23/09/2026 23.066 14,57 26,94 € SP95 - LU (1,85 €/l)
23/09/2026 23.068 LU - Arrivo

Crediti

Grazie ai miei amici e ai miei cari per il sostegno. Un grande ringraziamento a Danielle B. per il lavoro di revisione.

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